| ??? | |
|---|---|
| Razza | Umano |
| Classe | Barbaro Berserker |
| Livello iniziale | 3 |
| Livello corrente | 3 |
Non uso più il mio nome. Non perché lo nasconda, ma perché non serve. Quel nome apparteneva a qualcuno che non esiste più, a una vita che non ricordo davvero. I miei ricordi iniziano in modo confuso, senza un prima preciso, senza radici. Poi c’è lei. È lì che tutto prende forma.
Non so da dove venisse, né come ci siamo trovati. So solo che, a un certo punto, eravamo insieme, e questo bastava. Lei era la mia casa, non nel modo in cui lo raccontano le storie, ma in qualcosa di più semplice e necessario. Era ciò che teneva insieme i giorni, ciò che rendeva il tempo qualcosa di sopportabile. Io partivo spesso. Viaggi lunghi, pericolosi, senza una vera ragione se non quella di andare. Lei restava, aspettando. Mi chiedeva di portarla con me, ogni volta. Io rifiutavo sempre. Dicevo che era troppo rischioso, che volevo proteggerla. In realtà, avevo paura. Paura che qualcosa potesse portarmela via.
Poi un giorno ho smesso di dire di no.
Siamo partiti insieme per quella che doveva essere una spedizione come le altre. Nulla di speciale, nulla che non avessi già affrontato. Ma ho sbagliato. Ho sbagliato a calcolare le provviste, il tempo, le distanze. Errori piccoli, quasi invisibili, ma sufficienti. Il freddo è arrivato lentamente, insinuandosi sotto la pelle, mentre la fame è stata più rapida, più onesta. All’inizio parlavamo ancora, facevamo piani, fingevamo che tutto si sarebbe risolto. Poi le parole sono finite. Quando le risorse sono scomparse, è rimasta solo la realtà.Non sono riuscito a salvarla. Questo è l’unico fatto che conta davvero. Non ricordo le sue ultime parole, né il momento esatto in cui tutto è finito. Ricordo solo il silenzio che è venuto dopo, e il fatto che io fossi ancora vivo. In quel silenzio ho capito qualcosa che non avrei mai voluto imparare: lasciare un corpo a marcire non è rispetto, non è memoria, è solo spreco. Se qualcuno muore, deve servire a qualcosa. Non è stata una scelta, non nel senso in cui lo intendono gli altri. È stata una conseguenza inevitabile di ciò che ero diventato in quel momento.
Il Re mi stava osservando. Non so da quanto tempo fosse lì, né se avesse previsto ogni cosa. So solo che conosceva me più di quanto io conosca me stesso. Sapeva del mio passato, dei miei genitori, di un nome che io non ricordo più. Mi ha trovato quando non era rimasto nulla da salvare e ha deciso di farlo comunque. Non mi ha fatto domande, non ha chiesto spiegazioni. Mi ha dato ordini. Lavoro. Una direzione. Io ho accettato, non per le monete, ma perché muovermi era meglio che restare fermo a pensare. Così sono diventato uno strumento. Un’ombra che eseguiva senza discutere. Non fallivo. Non chiedevo perché. Il Re non aveva bisogno del mio nome, e io non avevo bisogno del suo giudizio. Non so se lo rispettassi o se lo odiassi. So solo che mi ha salvato e che mi ha usato, e che le due cose non si escludono.
Ora è morto. Prima di morire mi ha dato un ultimo ordine: un sacchetto da portare in un villaggio sperduto, con una sola regola, semplice e assoluta, non aprirlo. Ho giurato col sangue, e io non rompo i giuramenti. Mai. Non so cosa ci sia dentro e non lo scoprirò. Non perché non voglia, ma perché alcune cose è meglio lasciarle chiuse. E forse, più a fondo, perché temo ciò che potrei trovarci.
Ora viaggio con altri. Non li conosco davvero, non ancora. Mi chiamano come vogliono e va bene così, perché i nomi non cambiano ciò che si fa. Li ascolto, li aiuto, eseguo. Non voglio che arrivino dove sono arrivato io. Non voglio vedere un’altra persona consumarsi per colpa mia. Quando parlano di fame, quando iniziano a contare le provviste, qualcosa dentro di me si incrina. Non sempre si vede subito, ma è lì, e torna ogni volta. Per un momento penso che sarebbe più semplice morire, diventare utile almeno in quello, non lasciare sprechi.
Poi passa. Deve passare. Perché c’è ancora un ordine da portare a termine. Finché respiro, non fallirò di nuovo.